Area la Meravigliosa Capitanata

Ritratto di Rosati

Giuseppe Rosati

Filosofo, matematico, medico, studioso

(Foggia 21 settembre 1752 - 1 settembre 1814)

Approfondimento:
Elementi del pensiero

Se quel che si sa della vita di Rosati non basta a fornisce un profilo soddisfacente, quel che si sa della sua opera, o meglio, che si dice, è ancora meno entusiasmante. Chi ne ha tessuto l'elogio, come Serafini Gatti, suo contemporaneo e amico, ha fornito un quadro non privo di amplificazioni idealistiche, se non romantiche, che tuttavia si possono comprendere se le si considera in rapporto al loro contesto originario. Ma quegli appellativi diffusi che vedono Rosati adesso come un "enciclopedico" adesso come un "Newton pugliese", possono se non proprio produrre dei malintesi in chi si accosta alla sua opera, impedire di penetrare più a fondo il suo pensiero, che ha la sua originalità.
Innanzitutto occorre subito evidenziare che la natura eclettica dell'opera di Rosati non comprende l'intero universo del sapere, ma s'identifica con quella parte del sapere rappresentato dalle scienze della natura, di cui egli utilizza magistralmente gli strumenti nella loro applicabilità pratica, e si tiene fuori da quel territorio complementare costituito dalle scienze dello spirito, toccandone i margini solo di sfuggita. Ciò avviene non per una mera coincidenza, ma per una scelta precisa di Rosati, il quale se da una parte non ritiene indispensabile attardarsi sulle questioni metafisiche, logiche e gnoseologiche del suo tempo, dall'altra è convinto, in perfetta sintonia con il pensiero dell'abate Galiani, suo contemporaneo e concittadino, che gli stessi principi delle scienze della natura debbano adattarsi alle situazioni reali, le quali mutano di paese in paese, di territorio in territorio, e di epoca in epoca.

Tutti gli scritti del Rosati, compresi quelli meno scientifici come la Storia sacra e il Saggio storico sulla medicina, hanno lo scopo di rendere fruibile il sapere, nei suoi principi come nella sua storia, a un pubblico vasto, e di offrire strumenti pratici agli studenti e agli addetti ai lavori nei vari segmenti della vita sociale di un determinato territorio. Da qui la copiosa produzione di manuali pratici di geometria, aritmetica, fisica, geografia, agrimensura, e opere quali Gli elementi per l'edificazione e Le industrie di Puglia, per non parlare degli articoli economici, in cui la caratteristica più evidente si rileva proprio nella scelta del metodo di esposizione, semplice, concreto, efficace, di materie in se stesse complicate, difficili, il più delle volte rese ancora più complesse dalla teoria, cui pure i sommi cervelli, sottolinea Rosati, non sanno e non possono rinunciare. Di qui il fatto stesso del successo di molte sue opere anche a livello internazionale.

Convinto sostenitore del metodo sperimentale, Rosati non ha esigenza di costruire un suo personale sistema di pensiero, benché ciò non lo conduca giammai a ripetere idee e teorie altrui. Se di sistema nel pensiero di Rosati si può parlare, si tratta di un sistema per così dire innato, spontaneo, oppure cresciuto nella non esigenza della sua giustificazione e chiarificazione.
Rosati concepisce le scienze, e le arti correlate, nella loro utilità pratica; il loro scopo è di natura etica, servono semplicemente al miglioramento della condizione umana. Egli non ha da dimostrare teorie o principi, ma solo da semplificare i meccanismi che conducono le teorie e i principi a risultati pratici e utili. Per comprendere i fondamenti dell'architettura, per esempio, c'è bisogno di una breve sintesi dei fondamenti della geometria, preceduta al massimo da una succinta storia dell'architettura. Per il resto, se digressioni devono farsi, devono farsi in forma di consigli pratici e semplici, capaci di essere messi in pratica dagli artefici materiali delle costruzioni, e non di discussioni scientifiche sul tale o il talaltro principio, utili soltanto ai teorici esperti della materia in questione. Illuminante, a questo riguardo, l'introduzione agli Elementi per l'edificazione:

"Questi valentuomini han trattato la materia da loro pari, ed han creduto di parlare anche a grandi uomini. Ecco dunque il di loro inganno. Dovevano piuttosto persuadersi costoro, di parlare agli artefici, i quali non sempre sono in circostanze di essere grandi uomini, ma sono pratici esecutori di regole certe, facili a capirsi, non che ad eseguirsi. Gli Scrittori sublimi, nonostante la loro celebrità, hanno avuto la disgrazia di restare ignoti al numeroso stuolo dei pratici artefici, che sono i veri esecutori del mestiere. Ora appunto l'opera mia… essendo tutta facilissima e chiara, sarà perciò seguita ed intesa dai pratici artefici, e poco si curerà se sia sempre ignota agli scrittori illustri e sublimi."

Questo punto di vista non deve condurre a pensare che Rosati disprezzasse la ricerca teorica, il lavoro dell'uomo teorizzante che è invece altrettanto necessario al progresso dell'uomo. La questione è guardare realisticamente in quel delicato rapporto sussistente tra teoria e pratica, lavoro intellettuale e manuale, cui corrisponde quello diffuso nella società tra le schiere di intelletti esperti e la maggioranza dei profani. Sempre nell'introduzione agli Elementi per l'edificazione, Rosati chiarisce questo rapporto come segue:

"L'esperienza mi ha fatto vedere, che un trattato scientifico destinato alla pratica esecuzione di un mestiere, deve essere gravato quanto meno si possa di teorie astratte, che anzi deve essere ricco di sole regole, che siano pratiche, certe e facilissime a capirsi da tutti, ma di fatto eseguibili dagli artefici del mestiere. Le teorie per verità sono innegabilmente necessarie, perché le pratiche esatte devono l'origine dalle medesime. Ma dopo che queste pratiche si sono conosciute costanti nei lunghi esperimenti del tempo e delle opere, gli artefici poco si brigano e niente ne intendono di quelle teoretiche astrazioni, e cercano soltanto d'istruirsi appieno nella pratica esecuzione di ogni articolo che dia la perfetta compattezza al di loro lavoro."

Come si vede, non è possibile trovare nel pensiero di Rosati la benché minima tendenza a sottostimare le teorie, considerate addirittura come "origine" delle pratiche. Ma il punto è che, nello scorrere dei secoli, le pratiche si sono diffuse e gli esecutori materiali non hanno più risentito il bisogno di coltivare le teorie originarie, nelle quali ora vedono solo inutili astrazioni intellettuali. (È interessante notare, di passaggio, come un'osservazione di questo tipo la fece anche l'abate Galiani in rapporto alla storia economica).
Negli Elementi di agrimensura la struttura non muta di molto. Dopo una breve introduzione geometrica, Rosati si diffonde sui metodi di misurazione, sull'applicazione pratica e la costruzione degli strumenti di misurazione. Né cambia la motivazione, per cui l'opera è stata scritta, e cioè per «l'utile e l'interesse comune, su del quale perpetuamente gira il gran vortice delle umane azioni». Ma qui emerge più chiaramente la coscienza di Rosati non solo della contraddizione in cui può irretirsi l'intellettuale, quando si distanzia troppo dalla vita pratica, ma anche delle difficoltà che un "artefice del mestiere", in questo caso l'agrimensore, può incontrare nella ricerca delle conoscenze di cui necessita per l'esecuzione dei suoi lavori:

"Se i nostri Scrittori illuminati si dessero la pena di comporre un poco meno delle letterarie piacevolezze ed un poco più degli utili trattati, certamente, che molte Scienze rese migliori formerebbero una felicità più inconcussa e meglio stabilita… L'opera presente… è fatta in modo che il novello Agrimensore, dandosi il piacere di studiarla, non avrà bisogno degli stranieri insegnamenti."

Nelle Industrie di Puglia, in cui Rosati analizza, dopo una breve introduzione storica, la pastorizia e l'agricoltura pugliesi, il leitmotiv della conoscenza utile al miglioramento dell'uomo emerge nella forma di una riflessione filosofica ridotta ai minimi termini, ovvero di osservazioni chiare e precise sui bisogni dell'uomo, bisogni materiali e spirituali. Appagato lo spirito attraverso la ricerca del "vero" e il corpo con il necessario "nutrimento", l'uomo è alla ricerca perpetua di questa "combinazione", nella cui realizzazione ripone la sua felicità:

"Di qui segue l'indispensabile adempimento di un dovere, il quale consiste nello scoprire ed esattamente conoscere l'oggetto il più necessario, onde si ricava la sussistenza tranquilla, non che tutti quegli altri preziosi articoli, mercè dei quali questa stessa vita resa più agiata possa sentir meno il peso dei mali fisici e morali di questa Terra.

La prima forma di infelicità l'uomo la scopre nella sua originaria condizione, che è una condizione di barbarie, di selvatichezza, uno stato di guerra perpetua, simile a quello degli animali. Essendo però l'uomo dotato di un' "anima spirituale", ha provveduto ad uscire dalla sua originaria condizione inventandosi attività e strumenti utili al soddisfacimento dei suoi bisogni. Da qui le prime due grandi industrie umane, in ordine di tempo, la pastorizia e l'agricoltura, su cui l'uomo ha fondato le prime forme di civiltà. Grazie alla riflessione e alle sue naturali capacità inventive, l'uomo ha saputo uscire dall'originario stento e dalla barbarie, e ha saputo costruire la Pastura col sottomettere, ammansire, e moltiplicare gli animali utili, e dopo questa prima introduzione, che rese più agiata la sua vita, ha poi finito gloriosamente con lo stabilimento dell'Agricoltura, che ha reso gli uomini culti, ricchi e potenti.

Ma se con la pastorizia l'uomo impara ad ammansire gli animali, con l'agricoltura nascono i primi insediamenti fissi, e quindi le prime grandi società umane, i primi stati. Solo in una condizione del genere è possibile immaginare un ulteriore progresso. Nell'abbondanza si raffinano le arti, germogliano nuove invenzioni, e i prodotti delle due grandi industrie cominciano ad entrare nel ciclo della produzione manifatturiera. Il coronamento di tutto ciò è il "commercio", attraverso il quale gli stati sperimentano una nuova forma di civiltà, perfezionandosi nei costumi e moltiplicando gli agi della vita:

"Se la pastura fece deporre agli uomini il primo stato della originaria selvatichezza e fece loro acquistare il primo grado della civilizzazione, l'agricoltura fu poi quella che perfezionò ogni cosa e fece vestire alla nostra umana specie uno stato più significante… L'Agricoltura condusse gli uomini a stabilirsi in fisse dimore, diede l'origine alle grandi società e alla formazione degli stati. Questa fece crescere la popolazione nel seno dell'abbondanza e la rese potente. In questa tranquilla situazione s'inventarono le arti, e dai prodotti speciosi della Pastura e dell'Agricoltura si ebbero i materiali delle manifatture, e tutte queste invenzioni poi unite insieme produssero il Commercio, che fu l'ultimo grado dei progressi dell'ingegno umano, mercè del quale tutte le nazioni culte e selvagge si sono scambievolmente conosciute, si sono perfezionate nei loro costumi, ed i comodi, ed i piaceri della vita si sono a proporzione moltiplicati."

Se si vuole cercare nel pensiero di Rosati una qualche idea filosofica di felicità, è appunto a questa condizione di progresso dell'uomo, alla storia dei progressi umani, che bisogna guardare. Egli non pensa a felicità ultraterrene, a stati di beatitudini da conseguire a seguito di chissà quali pratiche e sacrifici, anche se non nega la necessità dell'uomo di soddisfare i bisogni spirituali. La sua idea di felicità non è altro che il processo di miglioramento della condizione umana, a voler esagerare, una condizione di perpetuo miglioramento. Si identifica a un tempo con la soddisfazione dei bisogni materiali e spirituali, la diminuzione dei dolori, i piaceri già sperimentati e il desiderio di procurarsene ancora.
L'attenzione verso la condizione umana conduce Rosati a un paragone tra l'uomo e l'animale. L'uomo, egli dice, si distingue dall'animale in virtù delle sue capacità inventive. Gli animali sono tutto istinto, mentre l'uomo può dominare e raffinare il suo istinto con la riflessione e le sue diversi arti e abilità. Mentre ogni specie animale ha il suo proprio habitat, l'uomo soltanto può sopravvivere in qualunque habitat, adattarsi a ogni situazione geografica e climatica, cosa che può permettersi anche grazie alla particolare conformazione del suo corpo:

"L'Uomo solo dotato di sensi fini, della riflessione e dell'arte inventrice, e formato ancora di una struttura singolare di corpo, si è ritrovato l'ente indomabile della natura. Egli ha rotto ogni freno, ha vinto ogni ostacolo, ed ha mostrato col fatto di possedere tutti gli istinti degli altri animali uniti insieme senza averne quasi niuno, che propriamente gli appartenesse. Egli mangia la carne degli animali e fa uso di tutti i loro prodotti… fa uso di tutte le parti dei vegetabili, gli sono ugualmente buone, le radici, le foglie, i frutti ed i semi… Poco importa per lui la diversità dei climi, il freddo, il caldo, l'umido, il secco, le pianure, le montagne, la terra, il mare… Ha saputo vestirsi ed abitare a seconda di ogni circostanza."

Con queste osservazioni Rosati ci offre una visione concreta dell'uomo in rapporto alla natura, alla dimensione materiale dell'uomo, ma non ci dice molto circa la sua vita spirituale. Il punto è che per Rosati l'uomo provvederà ai bisogni spirituali sulla base di un uso sereno e intelligente dei beni materiali conseguiti soprattutto grazie alle sue abilità spirituali, la "riflessione" e l' "arte inventrice".
Un'idea di cosa pensasse Rosati della vita spirituale dell'uomo si ritrova proprio in quel breve e originale articolo sull'oppio, pubblicato negli "Atti della Reale Società Economica della Capitana", nel quale egli spiega con una serie di dotte e ironiche considerazioni l'utilità, materiale e spirituale, che scaturirebbe dall'introduzione della coltivazione della pianta narcotica. Questa è la pianta perfetta capace di liberarci dai mali fisici ma anche dai mali spirituali, più difficili da sopportare:

"Grande per verità è il pregio dell'oppio, perché certo è il suo potere a superare i nostri mali più affliggenti… Vale molto una sostanza, che ci dia un piacere fisico, o un piacere morale… Cresce in proporzione maggiore il valore di una sostanza, la quale soddisfa i bisogni pressanti della vita, come la fame e la nudità, e per i quali possiamo servirci di oggetti differenti… le pelli, i panni, le tele e d una moltitudine di alimenti diversi… Incalcolabile poi diviene il valore di quell'oggetto, il quale abbia potenza di liberarci da quello stato, a cui non possiamo in modo alcuno adattarci, comeché distrugge la nostra esistenza… Questo stato è appunto quello dei dolori fisici… In circostanze così tristi l'oppio solo ci viene in nostro soccorso."

Ma i mali fisici non sono i peggiori mali possibili, per cui Rosati prosegue:

"Ognuno conosce la differenza che intercede tra la vilezza della materia e la sublimità dello spirito. Se il corpo materiale soffre dei dolori, questi non sono paragonabili... ai dolori dello spirito, quando il medesimo si trova oppresso da tristezza e da una penosa angoscia."

Proprio nella ricerca dell'antidoto capace di curare i mali dello spirito, gli uomini hanno trovato i loro maggiori impedimenti, prendendo le strade più disparate. Alcuni, come Cicerone, Seneca e Boezio, hanno pensato di trovare ristoro nella filosofia, ma non vi hanno trovato che un "inganno", non avvedendosi che "la filosofia non ha altra qualità, che di considerare i loro mali, ma non già di guarirli". Altri, invece, hanno ricercato l'antidoto ai loro mali spirituali nella poesia, dando "poetica esistenza al fiume Lete", convinti che bevendoci dentro avrebbero cancellato dallo spirito "ogni rimembranza molesta o piacevole". I popoli orientali invece hanno pensato a metodi più pratici:

"Gli Asiatici molto più saggi dei nostri filosofanti europei si burlano di questi deliri e di tutta la nostra filosofica ciarlataneria. Conoscono molto bene quale sia il vero antidoto certo e sicuro da superare ogni angosciosa turbolenza del loro spirito. Una sufficiente dose di oppio soddisfa interamente questo loro pressante bisogno."

A quanto pare, Rosati oltre a riconoscere i mali dello spirito, ne sa individuare anche gli abbagli. Le sue frecciate ai filosofi appaiono sempre là dove questi si sono ingegnati, senza o con modeste cognizioni, nell'impedire o promuovere una attività utile all'uomo. Ad esempio, nell'articolo Su la seta, in cui egli ripercorre la storia della produzione della seta nell'antichità e degli infelici tentativi di introdurla in Occidente, in quelle terre al di sopra del 46° grado di latitudine. Rosati equipara la seta alle pietre e ai metalli preziosi, con cui condivide l'apparente potere di attrazione, la caratteristica fondamentale di essere stimolante per la fantasia e accattivante per i sensi. Essa fa parte di quelle "cose lucenti e colorite", gli ornamenti con cui gli uomini soddisfano il loro bisogno estetico, lusingano la loro vanità, ostentano il loro potere, e che al pari di ogni altro prodotto della natura non hanno, secondo Rosati, valore in se stessi, ma lo acquisiscono in rapporto all'uso che l'uomo ne fa, all'affetto che producono sull'uomo, sulla sua fantasia e la sua sensibilità:

"Tutte le sostanze della natura considerate in loro stesse… non hanno valore assoluto ed intrinseco, ma lo acquistano… a misura dei rapporti che possono avere relativamente all'uso che ne possiamo fare, alla influenza che hanno coi bisogni del nostro corpo, e della percossa ed irritazione che esercitano sopra la nostra fantasia. La tirannia dei nostri sensi ha stabilito il pregio ed il valore di tutti gli oggetti, dei quali, quelli che fanno un colpo deciso sopra i nostri sensi, sono da noi avuto in pregio, e quelli poi che per niente stuzzicano i medesimi sono tenuti per oggetti vili…

La seta, perché si è trovata possedere qualità decisamente migliori della lana, del lino, e del cotone, e perché produce un colpo distinto sulla nostra fantasia, perciò il suo valore si è stabilito maggiore delle altre sostanze vestiare."

Evidentemente le caratteristiche di questa preziosa sostanza, se hanno incuriosito la maggior parte dei reggenti degli stati europei che hanno tentato inutilmente di promuoverne la produzione, non hanno convinto qualche illustre filosofo, che ritrovava in esse quegli stessi attributi che lo vedevano critico radicale, magari a ragione, anche nei confronti dell'oro:

"Il famoso Montaigne … fece tutti gli sforzi d'ingegno per avvilire agli occhi degli uomini l'oro e la seta. Ma perchè questo filosofo teorista non pose a calcolo la vera origine del valore di queste sostanze, che è fondata sulla nostra inalterabile natura, perciò egli restò vinto in questa zuffa, e l'oro e la seta si son burlati di tutte le sue persecuzioni."

Leibniz invece non tentò di sminuire il valore della seta, ma anche lui rimase vittima di un calcolo non approfondito:

"Il famoso Leibniz nell'anno 1703 persuase Augusto Re di Polonia ed Elettore di Sassonia, d'introdurre nei suoi stati il coltivo dei gelsi e dei filugelli, perché credeva sicuramente di avere la seta; ma poiché il filosofo nominato non pose a calcolo la latitudine dei 52 in 53 gradi… la seta non si ottenne, e il Leibniz restò deluso, nonostante le sue vaste cognizioni."

Anche in questo fugace sarcasmo di Rosati possiamo leggere ciò che del suo pensiero abbiamo messo in risalto sin dall'inizio: l'esigenza di rendere le scienze e le arti correlate fruibili a tutti, e soprattutto agli esecutori materiali delle pratiche scientifiche, la scelta di restare al di qua delle "teoretiche astrazioni", di navigare nel mare del sapere senza mai troppo allontanarsi dalle coste della vita, il riconoscimento realistico della felicità nel miglioramento della condizione umana, sia nei suoi aspetti materiali sia in quelli spirituali. Cinico messo di una scepsi libera e disinteressata, di un'erudizione umile e severa, Rosati sembra avere realizzato in pieno il motto kantiano "il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me", senza avere tuttavia preteso di fissare leggi o principi universali, lasciandosi guidare, nelle sue ricerche, dal buon senso e da una genuina quanto inconsueta passione per il necessario.

Autore: Antonio Fiscarelli

Data aggiornamento: 23 dicembre 2008

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